
Articolo scritto da: Giorgia Maestri
Ogni volta che una donna perde la vita per mano della violenza, non è solo una notizia.
Dietro una donna che perde la vita, come ogni persona chi ci lascia, ci sono storie, sogni, progetti, amicizie, amore, tutte cose che improvvisamente sono costrette a cessare di esistere o a modificarsi per una causa improvvisa e crudele, ovvero il femminicidio.
È una ferita che colpisce la rete di persone , la comunità che gira intorno a quella donna, i sentimenti diventano rabbia, incredulità e delusione.
Questo dolore ha bisogno di spazio, di ascolto e di rispetto.
Chi perde una madre, una sorella, una figlia o un’amica per la violenza vive un lutto particolare in cui ci si continua a chiedere “Perché?” o “Cosa avrei potuto fare?”, come se fosse possibile trovare una risposta che dia pace.
Ci si può pentire del senso d’ingenuità che si attribuisce a noi stessi, perché magari sapevamo ma NON IMMAGINAVAMO.
Come se anche noi fossimo caduti in questa trappola assurda.
Questo tipo di perdita è un lutto traumatico, perché arriva improvvisamente, con una brutalità che lascia senza fiato.
La società spesso parla della vittima, ma dimentica chi resta, chi deve imparare a convivere con l’assenza e la rabbia insieme.
Come ha detto Elena Cecchettin, sorella di Giulia:
“Il femminicidio non riguarda solo chi muore, riguarda chi resta e ha il dovere di non dimenticare.”
E nelle parole di Chiara Tramontano, sorella di Giulia:
“In questa vita avrei voluto fare di più. Avrei voluto salvarti.”
Il lutto è gia un evento difficile di suo ma esistono varie tipologie e in questo caso si parla di lutto traumatico.
Ci sono cammini che possono aiutare a non restare soli nella tempesta.
Chiedere aiuto è fondamentale.
Rivolgersi a un professionista può essere il primo passo, può offrire uno spazio sicuro dove parlare, piangere e cominciare a ricostruire.
Inoltre unirsi ad altre persone che hanno vissuto esperienze simili, condividere il dolore aiuta a sentirsi compresi e a non portarlo solo dentro.
Trasformare il dolore in memoria attiva, scrivere una lettera, dedicare un progetto, partecipare a iniziative di sensibilizzazione.
Ricordare è un modo per continuare a far vivere chi è stato strappato via.
La memoria è un atto politico e umano: significa rifiutare il silenzio, rifiutare che tutto venga dimenticato.
Parlare di queste donne non è rivivere il dolore, ma ridare loro voce.
E ricordare che la violenza non appartiene solo a chi la subisce, ma è una responsabilità collettiva: di educazione, di cultura, di rispetto.
“Ricordare significa dare voce a chi non può più parlare.
E dire, insieme, mai più.”
Nessuno può prevenire da solo la violenza di chi sceglie di distruggere.
Se ti accorgi di far parte di una relazione malsana, o ne è coinvolta una tua amica, sorella, madre, chiama il 1522 , denuncia e rivolgiti ad un esperto che può aiutarti a dare forza per denunciare.






